La moda della nutrizione sta rovinando la salute delle persone

Ultimamente si parla di nutrizione ovunque.
Aprite un qualsiasi social network: ciò che un tempo era un luogo di connessione è diventato una fiera di marketing selvaggio, e uno dei "market" più affollati e pericolosi è quella della nutrizione.
Siamo bombardati da "guru" che vendono la loro trasformazione fisica come un protocollo scientifico, da "coach" improvvisati che promettono soluzioni miracolose e, cosa ancora più grave, da professionisti qualificati che, pur di monetizzare, sacrificano l'etica scientifica sull'altare del click facile e dei soldi nel portafoglio.
La nutrizione ha smesso di essere una branca della medicina e della biologia per diventare una delle più ciniche e redditizie strategie di marketing.
Il primo livello del problema è evidente: l'esercito degli improvvisati. Parlo di chiunque, dall'influencer fitness al "wellness expert" senza titoli, alla mamma che vende "detox" per guadagnare qualche soldo, che si arroga il diritto di dispensare consigli alimentari complessi.
Queste figure usano il loro corpo come unico biglietto da visita, vendendo l'idea tossica che "se ha funzionato per me, funzionerà per te". Non c'è comprensione della biochimica, nessuna cognizione della variabilità individuale, nessun rispetto per la complessità della fisiologia umana. È la svendita dell'esperienza personale come se fosse scienza, un gioco pericoloso giocato sulla pelle di chi li ascolta.
Il loro successo si basa su una comunicazione semplice, diretta e quasi sempre sbagliata: "Elimina questo cibo", "Mangia solo quello", "Questo è il segreto che i medici non ti dicono". È una strategia di marketing efficace perché offre soluzioni facili a problemi complessi.
Se gli improvvisati sono un problema, la vera frustrazione nasce da chi, pur avendo gli strumenti per fare informazione corretta, sceglie di fare disinformazione per profitto.
Parlo di medici, biologi, dietisti – professionisti con lauree e iscrizioni all'albo – che hanno fiutato l'affare. Pur di emergere nel rumore di fondo dei social, adottano le stesse tattiche dei ciarlatani.
Inventano nomi altisonanti per diete che non sono altro che banale restrizione calorica ("Reset Metabolico", "Protocollo Sblocca-Intestino") e creano nemici immaginari ("Sei intossicato dai latticini!", "È colpa del glutine, anche se non sei celiaco!") per vendere la loro costosissima soluzione.
Questa è una deriva pericolosa. È lo svilire una professione sanitaria per rincorrere le metriche di Instagram. È un danno etico prima ancora che scientifico, perché mina la fiducia del pubblico nella scienza vera, quella noiosa, lenta e priva di "trucchetti".
Non è solo una percezione. La disinformazione alimentare dilaga e ha conseguenze misurabili.
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Una ricerca del Centro di ricerca EngageMinds HUB (2020) dell'Università Cattolica ha rilevato che quasi la metà degli italiani (48%) ammette di aver creduto almeno una volta nell'ultimo anno a una notizia sul cibo rivelatasi poi falsa.
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Peggio ancora: uno su tre (37%) ha anche condiviso la notizia falsa, diventando un veicolo inconsapevole (o consapevole) di disinformazione.
Perché succede? Perché le persone cercano risposte. Un'indagine Nomisma rivela che 3 italiani su 4 cercano attivamente informazioni online su salute e benessere. E quando cercano, chi trovano? Trovano il marketing aggressivo, non scienza e linee guida ufficiali.
Ed eccoci al punto nevralgico. Questo sistema non è innocuo. Non stiamo parlando di soldi sprecati per un integratore inutile; stiamo parlando di salute.
Salute mentale, prima di tutto. Questa ossessione per il cibo "pulito", questa demonizzazione di interi gruppi alimentari, sta alimentando un'epidemia di ansia sociale e disturbi del comportamento alimentare (DCA). Ad esempio l'ortoressia, l'ossessione patologica per il cibo sano, è diventata la normalità per molti. Il cibo smette di essere nutrimento e piacere, diventando fonte di colpa e controllo.
Questa è una speculazione diretta sulla vulnerabilità psicologica delle persone.
Salute fisica, di conseguenza. Diete restrittive senza supervisione medica, protocolli di eliminazione ingiustificati, "detox" assurdi. Il risultato è un peggioramento del rapporto con il cibo, carenze nutrizionali e il classico effetto yo-yo, che a lungo termine danneggia il corpo e demoralizza anche i più tenaci.
Questo marketing tossico è un grave rischio per la salute pubblica. Sta creando una popolazione più confusa, più ansiosa e, paradossalmente, meno sana, pur di alimentare un business multimiliardario.
È ora che le autorità (tra cui gli ordini nazionali) intervengano; è ora di pretendere la scienza, quella vera: fatta di sostenibilità, di concretezza e, soprattutto, etica professionale.
FONTI
EngageMinds HUB (Università Cattolica): Ricerca sulla diffusione delle "bufale alimentari" in Italia. (Dati citati: 48% ha creduto a fake news, 37% le ha condivise).
Nomisma: Indagine "Salute e benessere: le informazioni passano soprattutto online". (Dato citato: 3 italiani su 4 cercano attivamente informazioni online)
